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Pensieri di una che ha scavallato i 40

Ci vogliono proprio 14.600 giorni tutti in fila, passando l’alternanza delle stagioni e numerosi natali, servono gli esami a scuola, le delusioni e le piccole vittorie, servono le lacrime e le risate servono gli amici e i nemici. Non si può nascere a 40 anni con tutta la consapevolezza già in tasca perché sarebbe troppo facile, perché sapremmo di chi fidarci, e sapremmo cosa siamo, non dovremmo sbagliare. Invece sbagliare ci serve, tanto, perché dopo ogni strada sbagliata siamo più vicini a quella giusta, perché solo dopo aver provato tanti vestiti sai in quale ti senti davvero bene. Solo dopo aver davvero viaggiato impari quale è il posto giusto in cui tornare. Mi piace avere 40 anni perché non dimentico cosa ero a 20 e perché sono curiosa di sapere cosa sarò a 60, perché il percorso è più o meno a metà se sarò fortunata, e agli incroci sono sempre meno confusa e la compagnia migliora di anno in anno.

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Con il naso in su

Puntava in alto il suo naso.

Lei un po’ meno, ma che non si sapesse in giro, ci aveva messo una vita a crearsi l’immagine di quella inarrivabile. Quella che è sempre un gradino sopra, che puoi affannarti per essere al suo pari ma mai ti guarderà negli occhi.

Non voleva che la guardassero negli occhi, odiava quella sensazione di sentirsi, vulnerabile, quasi nuda. Sentiva subito freddo di fronte a certi sguardi audaci, quelli che provavano a guardarla davvero. Forse però non era di freddo quel brivido, forse era paura, ma cpoco importava cosa fosse perché riusciva a non farlo accadere.

Così nessuno avrebbe mai potuto avvicinarla davvero e lei poteva rassegnarsi all’idea che nessuno sarebbe mai stato in grado di arrivarle fin dentro il cuore.

Poco importava quanto forte piangesse il suo cuore per la solitudine, lei prendeva un bel respiro e andava avanti, incontro a cose che non avrebbe mai guardato, per non rischiare di farsi guardare.

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Medito come farli incontrare

Almeno si era fatta i capelli, che dalla parrucchiera non ci andava mai, non c’era tempo e poi era inutile che tanto a suo marito mica sarebbe venuto spontaneo farle un complimento, avrebbe dovuto elemosinarlo, come tutto del resto.

C’era stato un periodo nella sua vita in cui non aveva dovuto elemosinare proprio nulla, erano gli anni del boom quelli un cui Luisa era ricca e ogni cosa poteva permettersela, bastava comprarla. Forse si era comprata anche il marito, dicevano in giro…

Quante cose dicevano in giro, dicevano anche che la vicina di casa portasse a casa uomini diversi mentre il marito era in trasferta per lavoro, dicevano anche, che il marito in queste trasferte si dilettasse con ragazzi giovani che tonificavano il suo ego di scrittore fallito relegato alla vendita di spazi commerciale su riviste in cui aveva sempre sognato di scrivere.

In un piccolo paese tutti hanno una voce da far girare come per distrarre l’attenzione da una vita non certo priva di cose di cui vergognarsi un po’.

Anche Luisa si vergognava talvolta di aver scelto di essere solo una mamma e una casalinga, lei che aveva visto fallire la sua azienda perché non aveva avuto il coraggio di anteporla alla famiglia, lei che se tutto fosse successo prima dei suoi tre figli avrebbe accettato senza timori l’espansione del business in Oriente. Si vergognava un po’ di non aver avuto coraggio, ma poi si chiedeva quando si sarebbe vergognata di non conoscere l’andamento scolastico della sua ragazza o le partite di basket dei suoi gemellini, ed era certa di aver scelto il male minore, di aver fatto la cosa giusta.

Che la vita è fatta di grandi scelte te lo insegnano già quando sei bambina ma sono da adulta capisci che certe scelte sono solo un rinunciare più che uno scegliere.

E ora gestiva una famiglia con il solo stipendio del marito impiegato e passeggiava fiera verso il discount con i suoi capelli in forma perfetta pagati risparmiando su detersivi e bollette, che comunque le abilità di amministratrice mica le aveva perse, le usava ogni giorno con grande maestria, peccato che nessuno se ne rendesse conto, nessuno capiva che senza i suoi no, le scarpe nuove come le sognavano non se le sarebbero mai potute permettere. Nessuno sapeva che le bollette pagate con puntuale ritardo consentivano la liquidità per quella pizza a fine mese, per tutti era quella che non lavorava e se ne stava a casa per il gusto di farsi lunghe passeggiate mentre i figli erano a scuola.

Si fermò al reparto verdura pensando un modo per usare i peperoni in offerta e le venne  da pensare come prima di ogni verbo di critica o giudizio mettesse sempre il soggetto tutti, mentre davanti ai verbi di senso opposto mettesse sempre un nessuno; e si sentì in colpa ancora un po’ per essere quel tipo di donna che si autocommisera e valuta il proprio valore solo dalle parole altrui. Quella del “tutti mi criticano, nessuno mi comprende” oddio che patetico modo di guardarsi aveva.

Alla fine i peperoni non li prese nemmeno che aveva le palle per terra e per cena due spaghetti sarebbero andati più che bene, che tanto resa e sbattimento nelle cena non avevano mai una correlazione diretta.

Milano era una città bastarda in autunno, ti nascondeva il sole per giorni interi, come a ricordarti che era lei la padrona e per Enrico che si svegliava alla 5 ogni mattina era davvero uno scherzo di pessimo gusto.

Guidare il tram era quello che faceva da 20 anni e in fondo era un mestiere che gli piaceva, si sentiva utile e aveva sempre un motivo per sorridere ed essere di buon umore, in un mondo in cui il buonumore pare una sorta di limite mentale, che se sai godere delle piccole cose devi essere per forza una mente semplice e se sei una mente semplice senza troppe seghe mentali rinunci al fascino del colto tormentato, che a Milano è sempre l’ultimo grido.

Anche lui all’ultimo grido aveva un sacco di cose mica come i suoi colleghi che mettevano calzini e sandali sotto la divisa, lui ci teneva ad apparire al meglio di ciò che era sempre, in fondo il suo “umile” lavoro non era poi tanto misero per uno come lui che non aveva paura di straordinari anche nei giorni festivi, tanto a casa era spesso solo visto che anche la moglie con la sua attività in proprio era sempre fuori, tanto valeva impiegare il tempo in cose che rendessero almeno da un punto di vista economico.

Questi sono i tempi in cui le cose devi poterle misurare in centimetri in chili o in Euro l’importante è poter dire chi ha troppo e chi non ha abbastanza, e lui in ogni sistema di misura era messo bene, era alto abbastanza, non pesava troppo e poteva permettersi un sacco di capricci, a parte le ferie, che tempo quello non ne aveva mai e se lo aveva era nel momento sbagliato

Ma anche con il tempo aveva risolto, perché lui sapeva risolvere sempre tutto, lo diceva anche lei. Era stato bravo a tenere sveglio il giovane che era in lui e tenere viva la passione per la cultura hiphop che aveva mangiato da ragazzino e anche quella era riuscito a monetizzare che in fondo il tempo per dipingere finiva pagato da quando un amico architetto rivendeva i suoi lavori ed era una gratifica concreta più dei “mi piace” che riceveva sui social.

I social gli regalavano anche un sacco di altre soddisfazioni, gestiva un vero e proprio harem, a lui con le donne era sempre venuta facile, gli uomini gentili di natura sono così rari e lui le faceva innamorare anche se non voleva, bastava essere gentile.

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un BlackFriday solo mio, con una settimana di anticipo

Grandi donne che a un certo punto della vita si asciugano le lacrime e dicono “riparto da me”, grandi donne che invidio non per la forza ma per la disperazione, io nonostante la dimensione delle mie lagne non sono mai stata disperata davvero, non sono mai stata sola davvero.

Una condizione fortunata la mia, nata avvolta in un immenso amore paterno, e libera di non sentirmi neppure amata abbastanza, quando in realtà sono sempre stata troppo amata.

Di lacrime ne ho versate ma nessuna ha saputo essere speranza di rinascita per un terreno arido, ogni lacrima è stata solo un annacquare la palude emotiva in cui mi muovo come un ippopotamo lento che non sa quanto veloce sa correre, perché correre non mi è mai davvero servito.

Perché c’era sempre chi mi difendeva da imminenti pericoli e mi forniva nutrimento senza sforzo.

A volte mi sento una tigre che è stata allevata come un gatto pigro ma forse sono solo un gatto che comodamente disteso su un cuscino invidia la vita avventurosa di una tigre che uccide per mangiare.

Oggi giornata di estremi, di paradossi, di bisogno di capirsi senza volere davvero capire, che forse capire sarebbe il primo passo per cambiare ma chissà se ho davvero voglia di mettermi in cammino.

Non posso o non voglio, sarebbe vigliacco dire che non posso, uno scarico di responsabilità, sapere che non voglio aiuterebbe ad accettare la condizione e tornare a godermi attenzioni che sento come pressioni.

Meglio continuare a sentirmi in colpa semplicemente per non prendermi una colpa in fondo so farlo bene.

Non capisco e mai capirò, troppo stupida per riuscirci o troppo intelligente per decidere di farlo.

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Christo e il sentiero dorato che porta al mago di OZ

Io c’ero, ora posso dirlo, mi sono portata contro ogni pigrizia, prima in auto, poi in traghetto e infine passeggiando nei miei mocassini bianchi all’evento dell’estate.

Un’opera d’arte completamente fruibile e libera a tutti, senza costi ne limiti di accesso come l’arte è per definizione, puoi lasciarti emozionare anche se sei povero e ignorante: ai ricchi il vantaggio di possederla ai poveri quelli di goderne.

La ressa era decisamente fastidiosa, anche per chi come me era arrivata convinta di essere pronta a tutto, ma la maleducazione della gente si sa può essere illimitata e tutti ci muoviamo su questo pianeta convinti di essere gli unici degni di star comodi e gli altri si fottano, se non possiamo essere tutti coccolati è colpa dell’organizzazione, e ripenso al povero Stato Italia e a come questo modus vivendi ci sta portando alla deriva urlando contro la politica le critiche che dovremmo fare a noi stessi.

Ma il lago è meraviglioso, come del resto già sapevo essendo Bergamasca e avendo fatto lì i miei primi bagni, le montagne, il sole e l’aria del traghetto mi fanno arrivare con il sorriso su questa lunga passerella d’oro, rimpiango di non aver messo le scarpette rosse, qualche strega l’avrei uccisa volentieri sul mio cammino per arrivare al Mago che mi risolvesse tutti i problemi.

Niente Mago (del resto non lo trova nemmeno Dorothy) parecchie streghe urlanti alla mala gestione infastidite che uomini sudate le sfiorassero in una calca inevitabile, tanta gente senza cuore come l’Uomo di Latta, molti senza cervello come lo Spaventapasseri e di Leoni senza coraggio ce ne sarebbero voluti di più invece nessuno pareva aver timore dell’opera.

Lo ammetto ho visto poco rispetto per l’arte per quello che in fondo è un costosissimo progetto finalizzato a far riflettere e camminare sulle acque, costoso non solo in termini economici, ma in tempo e dedizione che sì per un artista doversi esprimere è vitale ma che lo faccio in modo che il popolino possa fruirne credo meriti tutto il rispetto possibile.

Un’opera che vive e che  va vissuta certo, ma le cartacce abbandonate sul drappo giallo mi hanno davvero messo tristezza, visto che le tasche le abbiamo tutti, se ognuno avesse riportato a casa la propria spazzatura?

Non sono esperta d’arte ma camminare sull’acqua e farlo tra tanta gente è stato un’emozione fatta di sensazioni contrastanti e una volta a casa nel mio letto mi ha spinto a riflettere sulla concetto di cammino e comunità, sulla responsabilità che ognuno di noi ha nel confronto di questo pianeta che ci è stato donato.

Il lago di Iseo è un luogo che i miei occhi hanno visto mille volte, ieri l’ho visto illuminato di una luce nuova ed è triste che ci sia voluto un evento mondiale e km di drappo giallo ma a qualcosa è valso il lavoro di Christo se questo cammino ci ha svelato qualcosa di noi e non ci siamo limitati a lamentarci di aspettative deluse.

– Io non possiedo il cervello: solo paglia.
– Come fai a parlare se non hai il cervello?
– Non lo so. Ma molta gente senza cervello ne fa tante di chiacchiere.
dal film “Il mago di Oz” di Victor Fleming

 

Leggendo di cronaca nera

Sono una donna e una madre e non posso rimanere indifferente a quelli che i giornali definiscono “omicidi passionali”
Non amo parlare di femminicidio perché la vita di una donna non vale più di quella di un uomo, ma il pensiero che qualcuno possa sentirsi in diritto di rubare la vita di un’altra solo perché la considera roba sua mi inquieta.
L’amore è appartenenza e non possesso, voglio che mia figlia sappia che può decidere di appartenere a chi ama, sentirsi sua e affidarsi senza correre il rischio di essere posseduta, schiacciata e sottomessa a una relazione.
Sogno una vita piena d’amore per lei, un amore che non ti limita ma ti apre al mondo e a te stessa.
Il compagno giusto riconosce il meglio per te e forse sa rinunciare al suo bisogno di averti per la gioia di viverti in tutte le tue sfumature.
Ho anche un figlio maschio e non dimentico che ho il dovere di insegnare le stesse cose a lui, amore significa accendere l’altra persona consentirle di essere anche migliore di noi, non spegnerla per paura di perderla perché non esiste amore dove c’è dominio o dipendenza, solo due anime libere possono generare un amore che nutra e non che affami.
Insegnerò anche loro che non esiste un solo amore, che gli assolutismi ci rendono schiavi di situazioni di cui poi perdiamo il controllo, sarà difficile da persona libera non sbagliare, essere liberi è un impegno gravoso ti obbliga a conoscerti, a scegliere, a rinunciare.
Voglio che i miei figli siano liberi e che riconoscano lo stesso diritto a tutte le persone che incontreranno nella loro vita, e se non capiterà voglio che sappiano che potranno sempre parlarne con me.
Perché questa ragazza è stata bruciata dal suo amore ma la mancanza di altri rapporti e l’isolamento sono stati l’ossigeno che ha alimentato quel fuoco.
Ogni donna schiava di una relazione ha più di un carnefice.
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