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un BlackFriday solo mio, con una settimana di anticipo

Grandi donne che a un certo punto della vita si asciugano le lacrime e dicono “riparto da me”, grandi donne che invidio non per la forza ma per la disperazione, io nonostante la dimensione delle mie lagne non sono mai stata disperata davvero, non sono mai stata sola davvero.

Una condizione fortunata la mia, nata avvolta in un immenso amore paterno, e libera di non sentirmi neppure amata abbastanza, quando in realtà sono sempre stata troppo amata.

Di lacrime ne ho versate ma nessuna ha saputo essere speranza di rinascita per un terreno arido, ogni lacrima è stata solo un annacquare la palude emotiva in cui mi muovo come un ippopotamo lento che non sa quanto veloce sa correre, perché correre non mi è mai davvero servito.

Perché c’era sempre chi mi difendeva da imminenti pericoli e mi forniva nutrimento senza sforzo.

A volte mi sento una tigre che è stata allevata come un gatto pigro ma forse sono solo un gatto che comodamente disteso su un cuscino invidia la vita avventurosa di una tigre che uccide per mangiare.

Oggi giornata di estremi, di paradossi, di bisogno di capirsi senza volere davvero capire, che forse capire sarebbe il primo passo per cambiare ma chissà se ho davvero voglia di mettermi in cammino.

Non posso o non voglio, sarebbe vigliacco dire che non posso, uno scarico di responsabilità, sapere che non voglio aiuterebbe ad accettare la condizione e tornare a godermi attenzioni che sento come pressioni.

Meglio continuare a sentirmi in colpa semplicemente per non prendermi una colpa in fondo so farlo bene.

Non capisco e mai capirò, troppo stupida per riuscirci o troppo intelligente per decidere di farlo.